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Alkaid (eta)

La coda serpeggiava nella pioggia
l’equinozio era sparito
e tra le dita di un giovane mago
scorrevano le illusioni
di tutto il genere umano.
Tu eri seduta che sembravi un fossile.
Il ricordo di un’era di un anno prima
una metafora di madre
persa come Alice a rincorrere il bianconiglio.
O forse quello perso ero io
quel sapore metallico di sconfitta
e quel freddo prima
quando sai che diverrai ghisa
e sabbia. A camminare sul Sinai
in bilico fra le dune.


Dubhe (alpha)

Non c’è una seconda volta
dove la prima ha compiuto il balzo
di luce un presagio
e di buio un bagliore fine.

Sofia fissa la rete bianca
come si fissano le sirene
che cantano di tempeste e marinai
di rotte verso l’isola di Tupai.
Lei lo sa
il mondo non sta negli occhi
ma lo senti dentro
come fosse filigrana argentea
o i capillari nelle dita controluce

perché a volte la paura accade
di sentirsi una gabbia vuota
di sentirsi a terra
costretta a veder spiccare voli

eppure basterebbe poco ;
un soffio di maestrale, un salto nel buio
il beccheggio di una nave.


Il passato si sconta nelle dita

Il passato si sconta nelle dita
di stigmate fissate tra i ricordi
come urtare l’universo tutto
e percepirne il battito, senza guanti
a berne il freddo più lontano.

Se solo immaginassi gli anni, quegli angoli
delle stanze innevate, e gli strascichi
a coprire il buio sotto il letto
che poi si presenta di mondi altrove
dove le ciotole non servono per bere.

Se mai affogassi mi farò terra
a spogliarmi di grano, che l’oro non mi dona
perché non ce n’è mai abbastanza
di un rimpianto appeso al collo
e di un naufragio in cui aggrapparmi.

Lascio entrare quei gomitoli di luce
ad aspettare il tempo per bussare
e chiedermi il futuro, come piegarlo 
avvolgerne uno schizzo nel deserto
di sapere ogni attimo dove andare.

 


Naufragare

Sai, delle foglie che corrono
a graffiare le ciglia di traverso
come soffiare sul sapone
da chi respira a malapena.

Di quando le memorie si perdono
nell’asfalto di riso bagnato
ed io, chino a raccogliere il vento
che nascondo nelle tasche.

E poi guardare fuori dalle finestre
l’ombra incerta dell’uva fragola
che cola di stagioni tristi
fatte di carta, come le barche in pozze
spinte dai sogni di un bambino.

Ormai il tempo ha spento gli occhi
addormentati in un letto, senza vele
che non servono per naufragare
perché una terra vale l’altra
come l’illusione tutta vigliacca 
di chi si finge un’altra vita.


Buchi nelle orecchie

Di cera riflessa sul canale
nel fissare quel tizio di cartapesta
che disegna cromature familiari
e poi piegarsi al vento del nord
come i galli in ferro battuto, sui tetti
a cantare il soffio del tormento.

A leidseplein intonano il natale
ma io sto da un’altra parte
tra i reticoli delle finestre rosse
a contare i cigni di passaggio, che planano
tra le vecchie chiatte ormai in disuso.

Cala la bruma sui mulini, e ricordo vincent
di corvi a brulicare sul petto muto
a non spiegare il genio afflitto dai perché
che scava buchi nelle orecchie
di chi vive lontano dalla luce.

A Vincent van Gogh e al suo genio…


Piene d’autunno

Inaspettata arriva la piena
a bagnare nel platano il corpo
affogato in mezzo, delle foglie
appese di vento in tramontana
che scivola tra i sesti ribassati.

Quelle vetrine nel cassetto
a vendere sogni, come il tempio
nella gerusalemme del nazareno
gravida di ossa in nero pece.

E poi le troppe cose da scacciare
a cui non sono pronto
perché vivo di mondi altrove
affacciato di terrazze nei contorni.

Donerei gli autunni interi
per vederti fiorire da quel viale
con il canavaccio tra le mani
a lavarmi le sconfitte tutte
che servono solo a prosciugare.


Premi Poeteci

Sabato 4 Dicembre ho parteciato all’incontro poetico indetto dall’associazione culturale La Nuova Musa. E’ stato un onore essere premiato per ben due volte. Un primo posto e una menzione di merito. L’evento è stato un successo con la presenza di circa 400 persone tra poeti e amanti della cultura. Leggere le mie opere su un palco davanti a tutte queste persone non è stato facile ma alla fine sono riuscito a vincere la timidezza. Ringrazio l’associazione per avermi dato la possibilità di partecipare.


Dirti di me

Dovessi dirti di me, del mio cammino
in un viaggio senza mondo
di un’eclissi senza fine alcuna
come le orecchie chiuse in ceralacca
per non sentire gemere la pioggia.

E poi dissetarmi di marmo e silenzio
di quella sete lenta e feroce, che divora
la veglia disegnata sulla bocca
a rendermi schivo di false carezze.

Ritrovarmi in fondo, nei titoli di coda
che colano di cielo nero, come serpi
tra i ciottoli maturano di netto
per cambiare pelle in primavera.


Piove di cedro rosso

Quando piove di cedro rosso
a fissarti le ginocchia in grembo
per tenerti  viva nella stanza
come se di vetro fossi fatta.

Ed io, frano di carta pesta
per sgranare le abitudini
in ciò che resta del mezzo miglio
nella distanza dalla luna.

L’autunno sgocciola sulle foglie
saltando in volo senza meta
che abbiamo mani troppo occupate
per sfiorarci, piene di sogni morti
e poi tre giorni non bastano
a ritornare su questo cielo.


Trafitto dal volo

Trafitto dal volo delle effimere
a raccogliere un giorno che sia un mondo
per poi tornarci dentro, bruciato
di poche ceneri rimaste
che lascio posare nei ripostigli.

E poi i tuoi riflessi sul pavimento
che non mi concedono niente
perché i reticoli confondono
fino a piegare l’indulgenza tutta.

Sai,  questo svestire mi uccide
di troppi strati immersi nel fango
a coprire le spalle di madreperla
come ali sporche di greggio
che scivola persino l’onda del mare.


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