Archivi del mese: marzo 2011

Verrà la neve senza terra

Verrà la neve senza terra da sostenere
a mezz’aria ; tra i cambi di direzione
e l’oscillare del cobalto nel bicchiere
lasciato sul bordo dei vent’anni
che scappano, come fiori sulla morte degli amanti

è vero ; i capelli restano foglie morte
gambe sole, poggiate alle parole
semplicemente arrese alle ciglia di uno accanto
mentre il pane si divide in carità
con le braccia nelle oppierie fino ai gomiti

disegnare tigli nella polvere
(che poi il passato non si misura in passi
ma solo a piccoli granelli)
e di tendini striati al mattino presto
la, dove  le onde dormono di vento
nella solitudine di un chicco di riso
in un piatto di bianco incastonato

al dolore nessuno sa porvi rimedio
perché fuori la bocca è il gelo intero
che solleva le fronde e si distingue
in Ogni piccolo particolare, lo svolge.

Su un vagone che corre, il viaggio entra nella pelle
come la tavola periodica di un alchimista

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Diversità caustiche

Senza margini a caduta
nel breve cenno di un limbo polveroso
(che per segnali osmotici equivale all’inferno)
e poi presagire gli eventi a prua
con una strana legge del contrappasso
in cui la pietà è il ferro battuto dell’estasi

potersi scambiare i doppioni in fotocopia
certamente finire i primi piani
che ne mancano troppi, chi nella terracotta
(a farsi masticare dalle farfalle, quasi digeriti)
chi nelle dita, a perdersi di fumi verdi

sapermi caricare d’inchiostro a brandelli
tra le diversità  e la derisione
che fissano gli occhi nelle asole
pieni di falde acquifere e smottamenti
franando nei tatuaggi sterili
senza più un oceano da raccontare

Il tormento non si nasconde nei moti ondosi
ma nelle facce caustiche dei minatori


Orgasmi d’ellisse

Saperti di nuca e gravità assente
a gemere ; in correnti ascensionali
feroci come l’argento nudo che indossi
e per le stanze accecano sapori di pose
di altre ore passate a toccarti.

si perdono verginità anche a saturno
prima di averti la bocca di cosce
e mietere le labbra
tributo alle onde fragili d’agosto
e poi perdermi, a pieno viso
tra i seni che sembrano farci giorno.

sfiorati, ad un ramo di polvere
qui viviamo ;
inarcati come volte sospese
che spingono ai lati, e godere
per poi berne il frutto più giovane
di noi, corrotti nei corpi di sale.


Time and holes

Time
(come scivolare nelle dorsali oceaniche)
ad un lenta micosi che macchia la pelle
fino a rendere le dita scoperte
e chiudere il vento a nubi di polvere
con le vele di settembre che prossime
gonfiano sacchi di forme ; e saperti
riempire tutto tranne la luce.

Vederti il mare in controtendenza
e poi disfarsi dal fragore dei mortai
che sembrano sempre il giorno dopo
come le vite surreali viste nei drive in
di amanti riflessi nei fotogrammi anni cinquanta
che dimenticano i morti di Nagasaki.

Holes
(qualcosa riguardo i fori nella terra, qualcuno dice liberi)
rari come le foglie del tè bianco
e tanta ma tanta voglia di rimanerci dentro
a spiarti tenue
in piedi sul precipizio di un angolo
mentre ti concedi gli occhi sul fondo.

Vi lascio il link della canzone che mi ha ispirato questo ricordo…

http://www.youtube.com/watch?v=qO1g251jF2g


Natàlia Castaldi

Titolo : Sulla spiaggia di Ez Zauia

Autrice : Natàlia Castaldi

La conta dei morti nella piazza
di Ez Zauia sfidava il rosso
dei pomodori allineati nel cortile
le mosche ronzavano il canto funebre
delle carogne
.
cercavo di dirti una parola
ma correvano forte troppo forte
e gridavano via anche la mia voce
che si spegneva corta sul tuo viso
.
avrei voluto trovare fiato da soffiare al sangue
pomparti il cuore dirti che ancora dovevi lottare
.
mi trascinarono via ancora in ginocchio
uno per braccio
vedevo solo polvere [polvere e rumore
.
sono tornata a cercarti
nel velo nero
della luna come faro
ma non c’eri
.
stamattina mi hanno detto che stanno scavando buche
sulla spiaggia dove correvamo fino alle onde
.
Eri il più piccolo, quello ribelle,
il mangilibri che cantava in inglese
non ti capivo, t i  c r e d e v o
guardavi il mondo come un animale selvatico
d e s t i n a t o  a l l a  v i ta
e ridevi e ti facevi serio
sfidando il cielo
perché la povertà non diventasse miseria
e la dignità significasse giustizia.
Io sorridevo della tua follia
mi sentivo libera nel tuo respiro
                  dove sei adesso?
        Qui cadono tutti
Volevo portare dei fiori
dove hai lasciato il tuo sangue
con quello di Anuar e Fa’ez e gli altri amici
ma non sopravvive più nulla in questa terra
i colori sanno di fumo
il grigio brucia le congiuntive
.
Mi asciugo gli occhi
Ho mani secche strette nei pugni
e unghie nere piene di terra
Tahir ha detto che stanno reclutando anche le donne
quelle più giovani e veloci
Domani mi daranno il fucile di uno di quei venduti
che hanno sgozzato ieri
.
Cercherò di ucciderne più che posso
prima di raggiungerti sulla nostra spiaggia
Rasha e Halima sono al sicuro con i bambini
               Forse domani correranno per noi
               dentro le onde.

Presentare Natàlia Castaldi mi sembra quasi inutile, chi si intende di vera poesia la conosce sicuramente e per me è un onore poterla ospitare nel mio blog.

Qui il link della biografia e delle pubblicazioni : http://poetarumsilva.wordpress.com/natalia-castaldi/

 


Ottiche lunari

Di quando ti lascio in quelle fasi lunari
nei bottoni spezzati, a gettarsi dai palmi
come certezze che crollano lentamente
là, dove un tempo immaginavi i soltistizi
di bambini in disordine che correvano nei cortili
e le mamme conserte a gridare forte.

non sporgerti dai balconi, che mai finiscono
è inutile seguire gli alberi a mezz’aria
meglio legarti al costato delle ringhiere
sperare che il ferro sia equidistante, nell’ombra
ad un passo d’inerzia dagli occhi.
Perché tu sei diverso, ricurvi le linee di vento
fino a piegarti il fieno nei capelli.

dimentica la polvere che muove le braccia
le voci riaperte,  senza più dita da latte
che raccontano di anni consumati nelle scarpe
e le volte che ti perdevi in sensi unici
come  pendoli arresi alla ferocia della ruggine.

meglio abitare le risonanze dei muri
che sembrano un lento frastagliare
da rivestire con la pelle d’oca sulle maniche
e poi al limite che non passi nessuno
a svegliarti il sonno d’arpa, la corda
e l’antidoto al venirti meno.

A mio fratello


Greta Rosso

Titolo : (mio padre non ha mai detto che le vie del signore sono infinite, ciò nonostante le ha percorse)

Autrice : Greta Rosso

L’impianto rivela molto di più degli eventi successivi.
Quando iniziai a giocare andò bene
solo dimenticai presto che stavo giocando.
Cercando di convicermi che Dio vegliasse su di me;
quale cazzo di dio, mi chiedo.
Un attacco di fede era impensabile.
Indispensabile sarebbe stato non dimenticare che
la mia religione, per proprietà ormai note
non escludeva possibilità alcuna.
Così mi ritrovai a vagare per il deserto, solo,
con una bisaccia per l’acqua
un giorno mezza piena e un giorno mezza vuota senza
mai vederla per quello che era: a metà.
Avrei scritto, potendo: la grafia dei miei passi intesseva la
sabbia di strali e fuochi ben delineati, tuttavia
mobili. L’impossibilità di designare nuovi panorami non era certo un problema,
piuttosto quello che – senza comprenderne il peso specifico – chiamiamo casa.
Non siamo in grado di tornare alle parole quali erano prima che fossero
nostre, di riportare i vocaboli al significato primo e puro, di
levare l’esperienza che ridefinisce e trasfigura.
Possiamo ingurgitare ogni liquido e dimenticare che
solo l’acqua è necessaria. L’acqua. Ora
dovrei lavorare. Dimenticare il fattore dipendenza
e svolgere un lavoro d’uomo.
(scrivere una poesia
dopo moltissimo tempo)

Greta Rosso potete leggerla su questo link : http://gretarosso.com/


Quasi ostaggio

Non schiudere i gradi delle braccia
a provare ali informi, quasi cieche
per non sentire il fragore degli abissi
come monete che non girano mai la faccia
e negli occhi un rigo di luna breve

non chiedermi di rimanere ad un ramo di sole
lasciami libero di sorgere, e poi morire in tempo
nell’affanno di un sipario che muove il volto
credere che al ventre sia fissato il cielo
di un autunno legato al collo, quasi ostaggio

il prezzo di una foglia sulla lingua, senza vento
che simuli il ricordo del tuo seno nudo
come un palliativo strisciato sulla carne
per poi rimanere separato nell’attesa
da questo corpo immerso in uno solo

perché anche l’amore si tramanda dagli oggetti
nelle stanze fermate per inciso
oppure fra i denti come fra la neve
ci svuota come tazze, e poi si finisce a fondo
sotto ciò che non viviamo.


Il mare intimo

Di questa terra sbiadita, senza alberi
e delle piogge che si lasciano scorrere
nei pugni, traghettati ad un perno dal cielo
perché a togliere le nuvole
nessun dio si mostra leggero
al mondo che esce imprevedibile.

se solo potessi, attraversare il mare intimo
che ingoia tutto e spezza breve
lo stridio di un pesce sotto i piedi, e le orme
di uno scatto costante della voce
che sprofonda, ad un soffio dai confini

perché i dolori non si bagnano di pane
mettono a nudo i sensi, non già le gambe
che tentano un salto dalle alture, e poi il boato
del ghiaccio che preme sulla fronte
e di un varco teso a lasciarsi andare

meglio non chiedere quanta luce mi rimane
forse il tempo di franare le ginocchia
o sulla frattura familiare già scomposta
dove le ombre sotto crepitano
e delle braccia a riparare dall’istinto.


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