labirinti

Le primavere cadono dai muri
nei ferri delle carceri scozzesi
o nelle maree nere di chiang rai
dove le donne raccolgono il riso
e i bambini sono sacchi di seta
in braccio ai venti d’oriente.

Dovremmo rassegnarci a noi
imparare dalle brutte copie
prima di essere scritte di nuovo
aspettando a mezz’aria
e niente che scorre sotto

dovremmo sporgerci dai ponti
senza paura, che è un’abitudine
come cambiare percorso
e pensare che possa succedere qualcosa ;
un’altra vita in cambio, una luna nuova
un labirinto senza soluzione


Il muro del canto “500”

Ma che ve credete che dentro sta stanza saremo na 50ina?
semo almeno 500, tutti stretti non se respira non c’è aria non c’è spazio, semo 500.
Voi direte no saremo al massimo 50
è che quanno se fa qualcosa, qualsiasi cosa,
non bisogna dillo a nessuno.
Vivemo in un epoca dove qualsiasi cosa famo, subito avvertimo tutti,
tutti sanno ndo stamo, tutti sanno quello che stamo a fa
e va finì che ogni persona che sa che quello che
stamo a fa noi se fa n’idea de noi e crea n’immagine,
n’immagine de noi n’immagine trasparente fatta de
luce, n’immagine che ce segue e va a fini che quanno
stamo pe strada non stamo più da soli
c’havemo intorno le immagini che la gente ha creato de noi
immagini silenziose che ce seguono come fantasmi
fantasmi che pare che pare che ce somigliano
ma nessuno davero è come noi
semo contornati, non c’havemo scampo
e voi l’immagini vostre che la gente c’ha de voi ve le
siete portate qui stasera, e mo stamo tutti stretti al
caldo e non se respira,
e va a finì che ste immagini nostre che se portamo
dietro piano l’iniziativa e se ne vanno ingiro a nome
nostro, e va a finì che poi te dicono:
“ao io ieri a te t’ho visto stavi a via cavour stavi in bicicletta”
“ma io ieri so stato tutto il giorno a casa, e nun c’ho manco la bicicletta ”
nsomma, se portamo dietro st’esercito de stronzi
de fantsmi che ce somigliano che vanno in giro a nome nostro
e va a finì che pure noi se confonnemo
magari a un certo punto se credemo
che l’immagine è quella vera e che semo noi che
semo fatti de luce, che semo un riflesso, e che nun valemo niente
e uno se porta tutti appresso: l’immagine che c’ha de te tu zia,
er mejo amico tuo er vicino de casa tuo,
tu cugino quello che nun ce vede da n’occhio, pure lui
s’è fatto n’idea de te e tu te la porti dietro
quando esci de casa che è un giorno de lavoro lo
capisci subito, appena metti un piede fori dal portone,
te colpisce sul collo un venticello zozzo che s’alza pe
via de tutta quella gente che va a lavorà contro voglia
e so i movimenti svogliati loro e delle macchinacce
loro e dell’immagini loro dei lavori che non vogliono fa…
che fanno alza quel vento zozzo che te pia a
schiaffi appena uscito de casa
io ho capito che il momento che preferisco de tutta la
settimana: è la domenica all’ora de pranzo, quando
metti piede fori casa la domenica all’ora de pranzo
l’aria è ferma, non se move niente, stanno tutti a casa
a magnà, e tu esci che nun c’hai nessuno intorno e lo
capisci subito perchè c’è silenzio, a parte sulla strada
che casa mia che se sente na sinfonia de forchette
che piano li piatti che pare che nessuno è bono a
magnà e in quel momento riesci a fa na cosa che non
se riesce a fa mai: a non esiste, perchè nessuno te
pensa e tu non pensi a nessuno, non te porti
appresso tutte quelle immagini che de solito c’hai ar seguito,
perchè st’esercito de immagini che se portamo dietro rischia
de esse un plotone, che prima o poi ce fa l’esecuzione.

Ancora una volta posto una cosa non mia. Questo è il testo di una canzone del gruppo musicale “il muro del canto”.


Vocazioni

Se almeno riuscissi a bendarmi di schiena

per setacciare i muri
in cerca di punti interrogativi
o parole già scritte
in un tempo di fame e patimento
 
non mi paragonerei al padre
alla genesi delle cellule
perché l’identità è un rifugio
per  profughi senza meta alcuna.
 
Tante, troppe cose cadono e accadono 
i compleanni non festeggiati
le date di scadenza, i lutti 
che te ne accorgi solo dopo
 
ed io, sotto mentite spoglie 
come fossi venuto al mondo
per uno sbaglio
un riverbero di sperma
ad un miglio dal palmo della mano
 
e tu, che sembri marzo
appena scoperto il calendario ;
il pane prima di essere mangiato
la legge del contrappasso, la vocazione
 
 

Corona di P. Celan

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo

Di solito posto solo le mie cose ma trovo questa poesia un’opera d’arte che ha pochi eguali.


dietro le parole

Dicono che per sputare sangue
basti un angolo, un istmo di terra
che accetti di affogare
senza la minima resistenza

sarà perché è inutile
come certe promesse da mantenere
vecchie troie diafane
travestite da profezie trasandate.

Vedi, non c’è verginità da temere
dietro le parole
solo un tentare ridondante
il fastidio cronico
nel volersi definire, concedersi un varco
un grammo di occasione

capita che sia troppo tardi
per salvare le apparenze
dedicandoci al giardinaggio sulle lapidi
oppure a lucidare le maniglie
che sai bene
un attimo dopo finirai per profanare

perché ogni volta non sia un armistizio
senza scelta alcuna
che per evidenza si intende questo ;
il patto con un diavolo
e non la prima comunione


di necessità e bisogni primari

una necessità inconsapevole
di trattenere ogni singolo elettrone
o tentare almeno ;
una direzione univoca, un passaggio sul cordolo
il sonno in posizione fetale.

Vedi, certe tristezze sono madri incompiute
di figli nella ruota degli esposti
presi in mezzo
tra santità e lo sfinimento
lì, dove non esistono angoli
ma solo l’impotenza di girare all’infinito

e poi capita che gli occhi si abituano
che basta un punto fisso
per chiedersi della fragilità
di un chiodo nell’argilla
o dell’incontinenza dei tetti quando piove

perché rinunciare a un bisogno primario
è un testamento
un divaricatore nelle costole
che prima si aprono
e poi prendono fuoco


di discese e risalite

Arriverà l’offerta ai semidei, vedrai
e sarà un genocidio di parole
dure
come solo il pane che non si spezza può essere

potresti nasconderti
ma sarebbe come fare da conserva il tuo ;
un barattolo sottovuoto, un’esposizione
l’ultimo di una cordata sottomarina

perché vedi, per un subacqueo
il difficile non è la discesa ma la risalita
evitando il calcolo matematico
la probabilità che la marea sia peso specifico

e il peso si sa, non è sempre materia di studio
a volte capita di sentirlo nell’asfalto
altre volte è un appuntamento con il cielo
l’abito delle grandi occasioni
un frac di nuvole in disarmo

perché deviare fasci d’elettroni è possibile
divenire un prisma perfetto
cambiare l’angolo d’incidenza
per non tenersi tutto dentro


sofismi

Impossibile
come versare il pane
o costruire tetti di sola luce

che poi i cortili non si distinguono
dalle verticali di certi occhi
le porte non appaiono
semmai cambiano di definizione

domandarsi quanto costano i distacchi
e se le miglia si raccontano
come bersagli forati
dai troppi proiettili in esecuzione

vedi, di noi rimangono aritmie
le solite parole irregolari
quelle delle pagine strappate
una dopo l’altra
e ancora
ancora
ancora…


sensi unici alternati

Non è tempo di sinestesie
quando i giorni sembrano stencil
allineati sulle pareti
senza deviazione alcuna
se non il bisogno dell’ennesimo scisma

una parte sfinita sulle ginocchia
ruvide
l’altra, il dono dell’empatia
in controtendenza intermittente
come l’ombra asmatica
di un qualsiasi neon a luci rosse

dove sognano le superfici
derivano le profondità, si disgregano
perdendo di significato

siamo destini senza finalità
in sensi unici alternati


Un assioma prevedibile

Se bastasse un altro sole irregolare
per tentare di capirsi
comprendersi, nella geometria
di schiene giroscopiche
in controluce per definizione

lo sai, non scrivo versi di vernice
e non ho mani di farfalla
(come quel nero di new orleans)
ma preferisco i sottoscala
ai piani alti
che non esistere, a volte
è questione di centimetri

perchè di salti lunari spesso si muore
non per assenza di gravità
ma per il troppo dilungarsi di un assioma

di un’evidenza prevedibile;
la chiesa in una piazza vuota
il coniglio dal cilindro, l’estate che non piove


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